cristian sacchetti

Via d’Amelio, una strage di Stato

Molti misteri e nessun vero colpevole dopo venti anni.

 

Giovedì 19 luglio 2012, si è celebrato l’anniversario del ventennale della strage di via d’Amelio, dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque poliziotti della scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Palermo si ritrova nuovamente a celebrare con un minuto di silenzio quei tragici ricordi che piegarono in ginocchio la città nel giro di cinquantasette giorni, dal 23 maggio 1992, attentato di Capaci, al 19 luglio, omicidio di Borsellino (vedi video). Cinquantasette giorni, due bombe, undici morti, molti feriti e una città sotto shock.
È un ricordo che ancora vivo, che brucia e fa male ed è ancora più triste l’idea che ci sono ancora troppi misteri dietro ai due attacchi.

Un particolare di via d’Amelio dopo l’esplosione.

 
Chi ha progettato gli attentati? Chi è il mandante? E poi le domande che m’inquietano di più: dov’è la famosa agenda rossa di Borsellino? Che cosa avevano scoperto di così grande da dovere essere eliminati, e specialmente Borsellino, così in fretta?
Cari lettori, potrei rispondere a tutte queste mie domande, che poi sono anche nella mente di maggior parte di voi, con delle teorie non tutte provate da fatti ma che nella logica hanno senso. Sono voci di corridoio, pettegolezzi, discorsi inquietanti. Forse qualcuno mi prederà per pazzo, ma le mie domande in quest’articolo hanno tre parole in comune nelle risposte, e sono Stato, istituzioni, politici. Sì, capito bene, la mia risposta alla domanda “chi li ha uccisi?” è “lo Stato”.

Pensate veramente che la mafia avesse bisogno di tali azioni per eliminare qualche nemico? No, io sono sempre stato convinto che sia stata Roma a chiedere tale azione dimostrativa, perché Falcone e Borsellino erano arrivati troppo vicini a nomi illustri.
Giovanni Falcone, in particolare, fu spesso boicottato e criticato da politici e magistrati per le sue azioni. La mancata promozione a capo dell’Ufficio istruzione di Palermo e le critiche del sindaco Leoluca Orlando furono atti dirette a distruggere la carriera di Falcone. Una carriera brillante di un giudice che aveva scoperto cose che dovevano rimanere nascoste. Borsellino, infatti, dichiarò che “Il vero obiettivo del CSM era eliminare (professionalmente n.d.s.) al più presto Giovanni Falcone”.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Con Borsellino non ci furono boicottaggi, ma ci furono “lacune” nell’organizzazione della sua sicurezza personale. L’impiego di una scorta armata, dopo l’esperienza di Capaci, sembrava una cosa ridicola. Veramente si credeva possibile di proteggere Borsellino con sei agenti per turno di sorveglianza? Certo che no, eppure non furono considerate altre idee e quei coraggiosi poliziotti furono mandati al macello. Poi ci sono lacune anche sul mancato controllo costante di alcune aree frequentate spesso da Borsellino che fa pensare che forse qualcun altro oltre la mafia lo volesse morto. Una delle aree che Borsellino frequentava spesso e che venne mal “bonificata” era via d’Amelio. Il giudice andava in quella via ogni domenica a trovare sua madre che abitava in uno dei palazzi. Com’è possibile che via d’Amelio non avesse una zona di divieto di sosta permanente vicino al palazzo della signora Borsellino? Antonino Caponnetto, amico e collega di falcone e Borsellino, intervistato nel 2002 da Gianni Minà per Il Messaggero dichiarò che “Paolo aveva chiesto alla questura – già venti giorni prima dell’attentato – di disporre la rimozione dei veicoli nella zona antistante l’abitazione della madre. La domanda era rimasta inevasa. Ancora oggi aspetto di sapere chi fosse il funzionario responsabile della sicurezza di Paolo, se si sia proceduto disciplinarmente nei suoi confronti e con quali conseguenze”.

A convincermi che lo Stato abbia le mani sporche di sangue è la storia della famosa “agenda rossa”. Questa era un’agenda dove Borsellino teneva tutti gli appunti e i dati riguardanti l’indagine in corso.
Molti giornalisti e soprattutto Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, dichiarano che l’agenda sia “misteriosamente scomparsa” dalla valigetta di pelle rinvenuta nel luogo della strage. La cosa agghiacciante è che la famosa borsa di pelle esiste e c’è addirittura una celebre fotografia di un’agente che esce dalla scena del delitto con la borsa in mano.

Il capo dei ROS Arcangioli abbandona la scena della strage con una borsa di pelle.

Quella foto è tratta da dei frammenti di due filmati in cui si vede un agente in pettorina azzurra allontanarsi con una borsa di pelle da via d’Amelio per appartarsi in via Autonomia Siciliana. Quell’agente era il capitano dei ROS dei Carabinieri Giovanni Arcangioli e ha sempre dichiarato di aver solo prelevato e portato la valigetta ai giudici Ayala e Teresi, che uno dei due magistrati aprì la borsa e che non vi era all’interno alcuna agenda, ma soltanto dei fogli di carta. La storia di Ayala è differente e dichiara di non aver mai aperto quella ventiquattrore. L’ex-capitano dei ROS, in una seconda testimonianza, dichiarò che fu Ayala ad aprire la borsa e che Teresi non era presente. Le testimonianze di Arcangoli e Ayala continueranno a cambiare lievemente nel tempo.
Hanno i servizi segreti e i massimi esponenti delle forze dell’ordine a che fare con questa strage? La cosa sicura è che quell’agenda rossa scottava e che, insieme al titolare, doveva scomparire.
Queste piccole riflessioni hanno sempre convinto il sottoscritto che la colpa è dei politici e che loro sono i mandanti delle due bombe del 1992.

La prima pagina del “Corriere della Sera” dedicata alla strage di via D’Amelio.

Questo chiodo fisso che ho e il disgusto (per non essere volgari) che provo ogni volta che le immagini di Capaci o via d’Amelio appaiono in televisione ha fatto si che ieri mi rifiutassi di vedere le immagini della cerimonia del ventesimo anniversario. Non sopportavo l’idea di vedere quei politici, seduti con il loro finto dolore, dichiarare a tutti quanto eroi fossero Borsellino e gli altri. Non potevo guardare le celebrazioni e pensare che alcuni di quei politici hanno le mani sporche e delle vittime sulla coscienza. No, non riuscivo, era troppo orribile per me, semplice onesto cittadino, vedere quella terribile sceneggiata. Ho passato il 19 luglio a vedere documentari, film e leggere libri sull’argomento e a rallegrarmi del fatto che nel nostro paese esiste gente onesta che combatte questo cancro quotidianamente. L’amarezza però rimane e il dolore pure.

Toto Riina, capo di Cosa Nostra dal 1982 al 1993, anno del suo arresto

Il giorno 19 luglio 2009, Toto Riina dichiarò: “L’hanno ammazzato loro. Lo può dire tranquillamente a tutti, anche ai giornalisti. Io sono stanco di fare il parafulmine d’Italia”. Questa dichiarazione ha un suono sinistro e terrificante.

Una volta Paolo Borsellino disse: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. È una frase tipica da eroe semplice, come Falcone, Borsellino e gli agenti di scorta. Eroi del popolo italiano uccisi dallo Stato.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 21 luglio 2012 da in Italia.
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